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Il Disadattato: lo Specchio Infranto della Società

Intervento di Tristano Ajmone, in rappresentanza del Laboratorio Urbano Mente Locale (Torino), alla presentazione del Concorso Letterario Storie di Guarigione — Emanuele Lomonaco, tenutasi presso la Provincia di Biella in data 12 Luglio 2007.

Il seguente testo non è assoggettato a copyright e può pertanto essere liberamente distribuito, riprodotto e citato, senza richiedere ulteriore autorizzazione da parte dell’autore, a patto che ne venga citata la fonte.


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“Ora vediamo come in un specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.”

— S.Paolo, 1 Corinzi, 13:12.

Poter intervenire all’inaugurazione di questo concorso letterario è motivo di forte gratificazione per me poiché credo fermamente nell’opportunità che esso offre alle persone che hanno alle spalle vissuti psichiatrici. Ho aderito a quest’iniziativa fin dai suoi albori, attendendo con entusiasmo questo via ufficiale.

La mia esperienza di smarrimento nei labirinti della Salute Mentale è durata anni, e questo mi accomuna alla moltitudine di persone sofferenti nell’anima cui è indirizzato questo spazio letterario. Ho avuto modo di sprofondare negli abissi della mia sofferenza e riemergerne; è stato un cammino lungo e faticoso, a tratti disperato. In anni di psichiatria ho rivisto migliaia di volte la tragedia dello smarrimento di giovani persone che non riuscivano a venire a capo del proprio iter in questa società complessa. Li ho visti inciampare nella vita quotidiana, «dare di matto», per poi incunicolarsi nei circuiti dei servizi di salute mentale, addentrandosi in un lungo iter da pazienti psichiatrici.

Nonostante io sia stato definitivamente dimesso dalla psichiatria da oltre tre anni, non ho mai voluto rinunciare al contatto assiduo con questo mondo popolato da anime inquiete alla ricerca della propria via d’uscita dal labirinto dello smarrimento interiore. In quel mondo altro — così marginale nella nostra società, eppure così ricco — io ho lasciato una parte di me, come un’ombra rimasta impressa nelle mura di quelle istituzioni totali dal folgorante bagliore della deriva dei pensieri; un’ombra che oggi a tratti mi manca e cerco poiché in essa vi è un intimo mistero irrisolto — e forse perduto — della mia biografia.

Frequento un gruppo di mutuo auto aiuto torinese, il Laboratorio Urbano Mente Locale. Settimanalmente ci incontriamo, tra utenti ed operatori psichiatrici, e ci apriamo gli uni agli altri su una moltitudine di temi — a volte scontrandoci, a volte divertendoci, ma sempre riflettendo intensamente sui contributi reciproci. Mi piace pensare quel laboratorio come una specie di laboratorio alchemico, in cui le parti incomprese o inattese di ognuno di noi vengono gettatate in un athanor comune, capace di fondere le nostre perplessità restituendoci una nuova lega con cui forgiare armature, cotte ed armi per far fronte alle ostilità del mondo esterno che ci hanno condotto a ritrovarci là, ogni martedì mattina, forse per tanti anni a venire.

Il punto cui miro arrivare è che la complessità odierna della nostra società sottrae spazio alla diversità, relegandola agli ambiti clinici affinchè non intralci con gl’incalzanti ritmi della sua quotidianità orientata al benessere. Nell’era della corsa al «benessere» il malessere è percepito come un difetto di tessitura sociale. L’esclusione e la periferizzazione della diversità e della sofferenza sono processi stigmatizzanti che creano un incolmabile ed arbitrario divario tra ciò che è consensualmente considerata essere la norma e ciò che non rientra nei suoi canoni. Parte delle spese di questa politica emarginativa le pagano coloro che finiscono nei circuiti psichiatrici, laddove ondate di sfiducia e mitologizzazioni mediatiche li sospingono sempre più verso una deriva esistenziale dalla quale il ritorno è arduo, spesso impossibilitato da situazioni contingenti.

Il tema del ritorno è strettamente collegato alla sofferenza psichica, poiché la follia può essere vista come un viaggio di deriva interiore in cui i contatti con la terra ferma della consuetudine vanno gradualmente indebolendosi e sfaldandosi, mentre, di pari passo, l’identità sociale dello stigmatizzato va dipanandosi ed i suoi confini interiori irrigidendosi. La superficilaità del nostro linguaggio rispecchia la realtà di questa metafora laddove ci viene incontro nel giustificare la nostra incapcità a comprendere gli altri, consentendoci di attribuire loro di essere “andati fuori di testa…” La partenza nel viaggio della sofferenza psichica non è un tema che coglie impreparata la nostra cultura. Il ritorno invece, specie se da un viaggio particolarmente lungo nell’alterità, è sempre accolto con sospetto. La «guarigione» è percepita come un miracolo non tanto per la speranza che vi si investe, quanto per la rassegnazione che vi riversa una cultura priva di fede verso le persone fragili e bizzarre. Fintanto che coloro che deragliano dalla quotidianità verranno congedati con un saluto d’addio li si condannerà ad un viaggio di non ritorno, che è un modo certo per trasformarlo in un viaggio all’inferno.

Questo concorso letterario trae la sua ispirazione dalla traduzione in italiano del libro autobiografico di Ken Steele, un uomo il cui viaggio nella follia durò oltre una trentina d’anni e sul cui ritorno pochi o nessuno speravano. Steele fu la prova vivente che dai labirinti dello smarrimento interiore è possibile riemergere, quando si ha fede in se stessi, quando le persone che ci circondano non smettono di credere in noi, e quando ci si aggrappa alla speranza con la tenacia di chi non vuol rinunciare alla vita. L’eredità di Steele è una dimostrazione di questa forza e di questa speranza, e le persone che hanno tratto giovamento dalla sua testimonianza sono legione, anche oggi che Steele non è più tra noi.

Spero quindi che la società — e non solo gli utenti e gli operatori psichiatrici — possa cogliere il valore intrinseco di questa iniziativa. Per molte persone afflitte dalla sofferenza psichica l’opportunità di pubblicare la propria autobiografia, poesie o racconti, equivale a vedersi spalancare la porta della cella d’emarginazione sociale che li separa dalle pari opportunità della cosiddetta «società libera». Per molte delle persone che conducono vite «normali» spalancare questa porta sarà l’opportunità di riscoprire la ricchezza di significato cui la società rinuncia quando opta per l’alienazione della diversità.

La condizione esistenziale del cosiddetto «malato di mente» è delimitata dalla non comunicabilità attraverso il muro che separa arbitrariamente normalità e follia. Quando mi venne affidato l’incarico di studiare una veste grafica per il sito e le brochure del concorso decisi di volermi focalizzare sulla rappresentazione di questa condizione comunicativa. Scelsi come tema centrale per il concorso le macchine da scrivere che vedete rappresentate nelle brochure: la prima — riversa sul fianco e sommersa dal cemento — rappresenta l’impossibilità comunicativa che consegue la rassegnazione; la seconda — quella ripristinata in posizione verticale e dalla quale spuntano dei fiori — rappresenta la riesumazione della capacità comunicativa con il mondo esterno. Ritengo che queste due imamgini rappresentino gli scopi e lo spirito del concorso in modo assai più elequonte che non le solite immagini sereotipate del malato inerme in balia dell’assistenzialismo istituzionale.

Qual è dunque lo spirito di questo concorso? Mi permetto di azzardare una proposta in tal merito, basandomi sulla mia personale conoscenza dello spirito che ha mosso alcuni dei suoi organizzatori, in special modo il dottor Tibaldi e il dottor Lomonaco. La mia stima per loro mi consente di proporre la visione secondo cui il concorso è finalizzato a rappresentare il tema dell’individualità al cospetto del proprio percorso nel disagio psichico, consegnando la penna al sofferente e chiedendo ai clinici di farsi rispettosamente da parte … un gesto che temo non sia stato sufficientemente proposto nella storia delle istituzioni psichiatriche, laddove si è parlato troppo dell’utenza, i suoi problemi ed i suoi desideri, senza mai concedere loro un vero e proprio spazio comunicativo autonomo.

Se — come auspico di tutto cuore — questo concorso letterario riuscirà nel suo intento di creare quest’occasione d’incontro tra due mondi oggi così divariati dalle prassi e dal pessimismo clinico, allora forse è anche possibile sperare che esso si lascerà dietro una scia di consapevolezza capace di risanare le fratture sociali che hanno concomitato a forgiare gli specchi deformanti in cui il miope perbenismo riesce a riflettersi virtuoso penalizzando la fragilità umana.

L’idea che la condizione di sofferenza umana sia l’inesorabile conseguenza di un crudele gioco di specchi — in cui paure, speranze, pregiudizi e fantasie si riflettono a vicenda, moltiplicandosi e sommandosi tra loro, ingarbugliandosi all’infinito, dentro e fuori gli individui, attraversando il tessuto dell’immaginario sociale ed intessendone la vertiginosa quotidianità — affonda le radici nell’antichità. Léon Bloy, traducendo alla lettera San Paolo, ravvisò nelle parole “Vediamo ora in enigma per mezzo di uno specchio” un invito a “invertire i nostri occhi ed esercitare un’astronomia sublime nell’infinito dei nostri cuori” poiché “la paurosa immensità degli abissi del firmamento è un’illusione, un riflesso esteriore dei nostri abissi, percepiti ‘in uno specchio’.”

Per chi sarà disposto a prestare orecchio alle narrazioni degli audaci avventurieri che hanno il coraggio di condividere i resoconti dei propri viaggi dentro e fuori la follia, rispecchiandosi in noi cossidetti «malati» quanto persone — né più né meno —, allora … forse … molti enigmatici nodi si scioglieranno, aprendo il varco alla chiarezza!


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