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OSSERVATORIO ITALIANO SALUTE MENTALE
Linea Guida Etica 2 Sulla Salute Mentale La Malattia MentaleUn giudizio senza una base scientifica, un pericolo per il futuro dell’umanità. — Versione aperta ai contributi — — aggiornata al 29/1/2006 —
CommentoCosa sia la mente e come funzioni resta un mistero, le diverse scuole di psicologia ne danno versioni diverse, così come la filosofia, di fatto non siamo in grado di definire con certezza l’oggetto della discussione. Quando i patologi sezionano i cadaveri non riescono trovare in nessuna parte del corpo i pensieri, le emozioni, i conflitti, il fattore generale dell’intelligenza “g”, l’io, l’es e il super io. Sembrano costrutti teorici che non corrispondono ad alcuna entità fisica stabile. Questo per alcuni scienziati significa che a maggior ragione bisogna cercare una spiegazione organicista, mentre altri sostengono che la mente sia un’entità non materiali e ricorrono al concetto di anima come spiegazione. Due di loro sono Sir John Eccles, premio Nobel nel 1963 per le ricerche fatte sulle sinapsi, e il famoso fisiologo Sir Charles Sherrington. L’anima certamente non può ammalarsi fisicamente. Mente e corpo rappresentano ancora oggi un problema insoluto per la nostra conoscenza. Mentre comunemente si usa l’espressione “malattia mentale” in senso metaforico, la biopsichiatria intende realmente annullare la differenza tra mente e corpo, trattandola la mente come fosse un organo del corpo umano che può ammalarsi come gli altri organi, da curare con metodiche mediche. Pur accettando l’idea che la mente abbia una sua fisicità appare dubitabile che essa abbia l’organicità di cui gli psichiatri parlano. Il fatto che certe manifestazioni psichiatriche sono causate da patologie organiche non legittima una teoria biologica dei disordini mentali. Si tratta solo di una correlazione che non ha significato causale. Le stesse manifestazioni psichiatriche sono infatti presenti in persone che queste patologie fisiche non hanno. Tutto quello che si può concludere in merito è che la mente può dare la stessa risposta a stressors fisici e psicologici diversi. Il concetto di malattia mentale fa parte del modello medico dei disordini mentali che presuppone la causa biologica e non psicosociale come fattore rilevante. In questa ottica i sintomi non hanno un significato, una storia e un contesto; vale l’equazione sintomo = disturbo = deviazione di una funzione dalla norma. I sostenitori di questo modello possono anche dichiarare di condividere la tesi della triplice causalità bio-psico-sociale, ma sostengono il primato della causa biologica, relegando le cause psicosociali al ruolo di concause minori o semplici cartine di tornasole che fanno emergere in tempi diversi e con diversa intensità e modalità quanto già scritto nei geni. Sostengono la necessità delle “cure” mediche e danno poca importanza alla psicoterapia e agli interventi sociali. Alcuni approcci organicisti quali quello nutrizionale e la psichiatria ortomolecolare non sono repressivi ma negano concettualmente il valore e il ruolo dell’esperienza psicosociale nella genesi del disordine mentale, riaffermando il primato della medicina. Gli psichiatri hanno smesso di dialogare con le persone, dialogano con i loro neurotrasmettitori, le vitamine, i minerali e ogni altra cosa che non sia la mente. La falsità scientifica del concetto di malattia mentale è stato trattato esaurientemente dallo psichiatra Thomas Szasz, Professore Emeritus di Psichiatria alla State University di New York, Syracuse, nel noto libro «Il mito della malattia mentale» (http://www.spirali.com/product.php3?prodid=709). La medicina considera cause, sintomi e segni clinici come entità concettualmente distinte. La causa è l'agente patogeno e la sua eliminazione l'obiettivo della cura, il sintomi è la sua espressione a noi visibile e in parte soggettivamente riferita dal paziente, i segni clinici sono rilevazioni obiettive fatte con analisi mediche nei laboratori. Vi sono patologie fisiche che sono considerate malattie sulla sola base sintomatologica e semiologica, non essendo nota la causa organica. Questo è una debolezza della ricerca medica che non può essere utilizzata per legittimare le malattie mentali in quanto non vi sono evidenti e provati segni clinici obiettivi che distinguano i disturbi mentali. Oggi tutti i disordini mentali sono considerati malattie, la stessa espressione “disordine mentale” è correntemente utilizzata come sinonimo di “malattia mentale “. Per nessun disturbo mentale è stata dimostrata la causa biologica o il marcatore biologico, e le diagnosi non sono effettuate con prove oggettive di laboratorio come per tutte le altre malattie, ma esclusivamente con colloqui clinici e test carta e matita. I manuali diagnostici dei disordini mentali sono una classificazione dei disturbi che si basa sui sintomi e non sulle cause che hanno prodotto questi sintomi e sui segni clinici. Classificano comportamenti (motori, verbali, del sistema nervoso autonomo e centrale) e non alterazioni istopatologiche, neurochimiche, genetiche o fenotipiche. Per questo motivo non sono strumenti idonei ad individuare eventuali malattie mentali che devono essere dimostrate individuando le cause con strumentazione non psicodiagnostica. Diagnosticare una depressione con i sintomi di questi manuali e poi dire che si è individuata una malattia mentale chiamata depressione è che come misurare la febbre ad una persona e poi dire che è malata di febbre perché la sua temperatura corporea è elevata. A questo va poi aggiunto che diverse scuole di pensiero intendono la depressione, e altri disordini mentali, in modo profondamente diverso. Non si può certo attribuire ai geni e alla biologia ciò che non è concettualmente chiaro al nostro raziocinio. Ci sono soverchianti evidenze sperimentali che indicano quale causa dei problemi mentali il fattore psicologico. Non mancano poi le teorie psicologiche che sostengono questa tesi, anche se in certi casi l’uso della terminologia medica confonde più che chiarire. I disordini mentali sono fatti di pensieri, emozioni e comportamenti, come ogni attività normale dell’uomo. Parte delle emozioni altro non sono che delle forme di pensiero, come ci ha insegnato lo psicoanalista e cognitivista Albert Ellis: “A large part of what we call emotion, in other words, is nothing more or less than a certain kind – a biased, prejudice, or strongly evaluative kind – of thinking” (Albert Ellis, Rational Psychoterapy, The Journal of General Psychology, 1958, 59, 35-49). I pensieri, i comportamenti e le emozioni non possono ammalarsi, possono solo essere disfunzionali, cioè svantaggiosi per la persona e l’interazione sociale. La natura ci da in dote molti programmi utili per vivere e sopravvivere, sono geneticamente determinati ma non hanno la forza e la rilevanza che si vuol far credere. Un classico esempio è l’imprinting, comportamento istintivo studiato a fondo dall’etologo Konrad Lorenz. L’animale nasce con la predisposizione ad instaurare un rapporto parentale con chi interagisce per primo con lui, qualcosa di genetico gli dice che la sua sopravvivenza dipende da questo. Questo programma non ha un feedback di correzione, così l’animale può scambiare per genitore un essere umano o un semplice zimbello che si muove. Più che interpretare il messaggio genetico sembra rispondere in modo automatico al primo stimolo che vede, un riflesso che gli permette di iniziare una interazione sociale che getta le basi di quello che chiamiamo rapporto parentale. L’oca Martina di Lorenz non era in grado di stare con le altre oche senza manifestare grande agitazione e doveva essere calmata dall’etologo. Uno psichiatra di oggi direbbe che aveva una malattia mentale, genetica, con relativi squilibri nei livelli dei neurotrasmettitori cerebrali. La verità è che i geni hanno fatto bene la loro parte, è l’ambiente che non è stato congruente. È probabile che molti problemi mentali dipendano da queste incongruenze. Gli esseri umani commettono più errori dei geni nel costruire l’ambiente di vita ed è per questo che la causa prevalente dei disordini mentali va cercata nei rapporti sociali. Oggi si sottovaluta quanto la psiche e l’ambiente possono influire in modo rilevante sul dato biologico. Nel loro libro The Invisible Plague: The Rise of Mental Illness from 1750 to the Present,Torrey E.F., e Miller, J., New Brunswick: Rutgers University Press, 2002, affermano che prima dell’avvento dell’indistrializzazione la linea di base epidemiologica della schizofrenia era di 1 caso ogni 2.000 abitanti. L’ndustrializzazione della società è stata accompagnata da un incremento drammatico di questo disturbo. In Inghilerra, Irlanda, Canada e USA è aumentato di sette volte tra il 18° e il 20° secolo (in Irlanda è aumentato di 16 volte). Il fenomeno è evidente anche nei paesi in via di sviluppo e si nota una differenza di incidenza tra la popolazione di città e di campagna. Oggi, nelle società industrializzate l’incidenza della schizofrenia è dell’ 1-2%. Benchè l’interpretazione di questa correlazione abbia divese versioni, non si può non notare il ruolo giocato dall’ambiente. La psicosomatica è una disciplina che mette in rilievo come la psiche possa influire sul corpo fino a creare delle vere patologie organiche che necessitano di cure mediche. La “nuova medicina” di Ryke Geer Hamer è una evoluzione molto importante di questo filone in un contesto evolutivo. Egli afferma:
Approfondimenti: La consapevolezza della propria incapacità ad affrontare le situazioni della vita causa stress e depressione con conseguente riduzione delle difese immunitarie. Maggiore è la depressione più deboli sono le difese immunitarie (M. Irwin, Depression and immune function, Stress medicine, 4, 1988, 95-13). Aumentano così le malattie infettive, lo sviluppo delle neoplasie maligne e la crescita delle cellule tumorali (Gian Vittorio Caprara, Bandura, Franco Angeli, 1997). La lista delle patologie organiche a causazione psicologica è molto lunga, c’è solo il rischio di generalizzare troppo fino ad arrivare a sostenere l’equazione infelicità = malattia. È necessario definire scientificamente i criteri che vengono utilizzati per stabilire quando il normale patos della vita quotidiana diventa “patologia” per evitare la patologizzazione di massa funzionale agli interessi economici degli addetti ai lavori e alle aziende di settore. A livello umano abbiamo una importante ricerca, datata ma molto significativa, che mette in risalto l’incongruenza tra bisogni geneticamente determinati e l’ambiente. Nel 1945 René Spitz indagò gli effetti della separazione dai genitori nei bambini ricoverati negli orfanotrofi nei primo mesi di vita in situazioni in cui l’igiene e l’alimentazione erano buone. Essi manifestano subito un forte disagio con pianti, perdita di peso, insonnia, progressiva chiusura della comunicazione con l’adulto, contrazione di malattie, ritardo motorio generalizzato, rigidità facciale con perdita del sorriso, letargia, depressione, incapacità o rifiuto ad alimentarsi. Questa sintomatologia scompare se entro quattro mesi i bambini vengono adottati da una famiglia. Se questo non avviene entro il primo anno di vita la situazione si aggrava e tende ad essere irreversibile. La mortalità è del 30% all’età di due anni, salvo rare eccezioni il quoziente di sviluppo è pari a quello degli idioti. A quattro anni sono generalmente incapaci di stare in piedi, di camminare e di parlare. Ventuno di loro erano ancora istituzionalizzati dopo 40 anni. ( René Spitz, “Hospitalism: An Inquiry into the Genesis of Psychiatric Conditions in Early Childhood,” in The Psychoanalytic Study of the Child, Volume 1 (New York: International University Press, 1945) 53-74 e “The Role of Ecological Factors in Emotional Development in Infancy,” in Child Development, vol.20, 1949, pp. 145-155). Successive ricerche condotte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno confermato questo tipo di patologia e di decorso. Gli studi sugli alberi genealogici che individuano delle costanti psicopatologiche nelle famiglie non sono attendibili in quanto non riescono ad escludere la variabile apprendimento. Possono essere comportamenti appresi dal lungo contatto con i genitori che sono per i bambini dei potenti modelli. L’apprendimento per imitazione e condizionamento è una spiegazione più efficace della teoria genetica. J. B. Watson, fondatore della scuola comportamentale nel 1913, affermava che la malattia mentale non esiste, riteneva si trattasse di comportamenti appresi in situazioni sfavorevoli della vita. Gli studi sui gemelli non hanno portato all’individuazione di alcun gene responsabile dei disordini mentali. Va detto che non esistono in natura due cose identiche al 100%, nemmeno i gemelli omozigoti, anche le esperienze e i vissuti non possono essere identici. Un’analisi critica delle carenze metodologiche sulle ricerche che coinvolgono i gemelli è fatta da Joseph, J. in The equal environment assumption of the classical twin method, Journal of Mind and Behavior, 1998, 19, 325-358. Va aggiunto che se i geni dirigono la formazione delle proteine, molti fattori ambientali influenzano questo processo.& La teoria del neurone, che ipotizza quale causa dei disordini mentali gli squilibri chimici nei livelli dei neurotrasmettitori sinaptici delle cellule nervose cerebrali, non è stata dimostrata. Una brillante ed esaustiva analisi critica di questa teoria è fatta dal Professor Elliot S. Valenstein, Ph.D., nel suo libro “Blaming The Brain, The Truth About Drugs and Mental Health”, The Free Press, 1998. Fino ad oggi nessun fenotipo è stato dimostrato essere una valido marcatore biologico della causa genetica delle presunte malattie mentali. Attualmente nessuna delle presunte malattie mentali è diagnosticata con strumentazione medica ed è pertanto scientificamente infondato asserirne l’esistenza.Non c’è alcuna prova scientifica certa di cause legate ai geni. Una predisposizione, qualora dimostrata con l’individuazione dei geni coinvolti, non è un fattore causale ma solo una proiezione statistica. La genetica, differentemente dai manuali diagnostici dei disturbi mentali, ragiona in termini dimensionali e non categoriali, tutte le persone hanno gli stessi geni, alcune persone presentano questi geni con mutazioni che li rendono più vulnerabili. Così ad esempio, se fossero individuati i geni della psicosi maniaco-depressiva, una persona normale avrebbe l’1 % di probabilità di sviluppare questo disordine mentale, la persona portatrice dei geni mutati il 10%. Il fatto che il 90% dei portatori degli alleli mutati vive senza sviluppare questo disturbo renderebbe difficile definire la psicosi maniaco-depressiva (come qualunque altro disordine mentale) come una malattia geneticamente determinata, e ci dovrebbe indurre a riflettere sul ruolo dell’ambiente. In verità la ricerca genetica sui disordini mentali non solo non è in grado di individuare i geni coinvolti, ma fatica persino a localizzare le aree cromosomiche dove essi si dovrebbero trovare. La metodologia è incerta e fallace, molti studi fatti sono stati successivamente smentiti o ridimensionati, i mass media propagandano certezze inesistenti. Sono insuccessi prevedibili perché si sta cercando cose che non esistono in natura ma solo nella nostra immaginazione che ha inventato le malattie mentali. Resta infine da definire quale criterio si utilizza per stabilire che un gene è normale o anormale. Appare estremamente difficile superare le differenze razziali del genoma per ottenerne uno rappresentativo di tutti gli uomini. Il genoma standard non corrisponde ad alcuna persona reale ed ha solo una funzione ideologica. La cellula, in prospettiva, può diventare il nuovo manuale diagnostico per i disturbi mentali e non solo. C’è il rischio di trasferire a livello genetico il pregiudizio psichiatrico di dividere le persone in normali e anormali, trasferendo pedestremente a livello genetico quanto già ideologicamente costruito sui comportamenti. Di fatto è proprio così perché ogni ricerca genetica deve necessariamente dividere le persone in due gruppi, normali e anormali, per poter avere dei termini di paragone con cui confrontare i risultati. Continuamente la disinformazione ci bombarda con la scoperta non veritiera di geni per i disturbi mentali, per la criminalità, la povertà, la disoccupazione, l’infedeltà, l’immoralità e così via. Si potrebbe parlare di delirio biopsichiatrico se non avessimo il dubbio che si tratti di operazioni mirate a manipolare l’opinione pubblica al fine di instaurare il primato del determinismo genetico, con tutte le conseguenze che questo comporta. Quali sono i criteri scientifici per dividere gli uomini in base a ciò che pensano e fanno? Esemplare in proposito è la storia dell’omosessualità, prima inclusa nei manuali diagnostici come patologia e poi tolta con criteri puramente ideologici. La ricerca sulle base genetiche dell’omosessualità intanto continua mietendo insuccessi clamorosi, così come quella sulle malattie mentali. Molti disordini elencati nei manuali diagnostici sono classificati con criteri ideologici piuttosto che scientifici, le correlazioni e persino le eventuali cause genetiche non ci dicono nulla sull’atteggiamento che dobbiamo avere verso questi comportamenti; ogni cultura decide a modo suo perché non è un problema scientifico o sanitario, ma culturale, di convivenza e tolleranza. L’equazione gene = una proteina = una funzione = una malattia, è un determinismo biologico miope che non tiene conto dell’ambiente. Poco si sa su come funzionano i geni. Ogni gene ha molteplici funzioni ( pleotropismo) e può codificare per molte proteine diverse; ognuna di queste proteine può avere molteplici funzioni e avere nella cellula molti ruoli diversi. Il DNA è tra le molecole più inerti e meno reattive che si conoscano, da solo non produce nulla, no fa niente, non ha nemmeno la capacità di riprodurre se stesso senza l’apporto del complesso cellulare; nessuna molecola può autoriprodursi, nemmeno un intero organismo può farlo, solo le cellule possono autoriprodursi. Esso può essere recuperato e analizzato dalle mummie, da animali esistiti migliaia di anni fa, da piante fossili esistite milioni di anni fa. Gli organismi non sono determinati dal DNA, esso non spiega come e perché siamo le persone che siamo, la mappatura del genoma non ci ha nemmeno aiutato a capire come curare le malattie fisiche, non ci ha insegnato nulla di più di quanto già sapevamo sull’uomo, è sta in questo senso una grande delusione, a meno che non ci si accontenti di sapere che abbiamo il 25% di geni in più di un ortaggio. Ora ci si è accorti che i geni non producono nemmeno le proteine e che il complesso delle proteine della cellula è ciò che bisogna studiare: si parla di progetto “protenoma”. Naturalmente il determinismo biologico è il vizio di fondo che non si riesce ad estirpare qualunque cosa i biologi studino. La diversità tra gli esseri umani e la solidarietà come strumento di mediazione del disagio sociale è una cultura che è sempre stata incerta e che non fa parte del progetto genetico che si sta imponendo. Eugenetica«Chi non ha peccato scagli la prima pietra...» L’eugenetica ha una storia antica, a Sparta i bambini nati con malformazioni venivano gettati dal monte Taigete, ad Atene venivano abbandonati, nell’antica Roma esistevano pratiche simili. Platone, nella Repubblica utopica da lui descritta, vuole che non siano curati e allevati (quindi lasciati morire) bambini che nascano privi delle qualità ottimali, come pure che i malati inguaribili non vengano più curati dal medico perché non farebbe altro che “rendere lunga e penosa la vita dell’uomo”. Lo storico francese Jean Dumont descrive gli eccidi eugenetici di prostitute e di ritardati mentali, perpetrati nelle prigioni rivoluzionarie francesi del 1792. C’è stato un crescendo che ha avuto nell’epoca recente una recrudescenza di vaste proporzioni, un’idea terribilmente sbagliata di cui gli uomini ancora oggi non si sono liberati. Le società di eugenetica sociale nate ai primi del Novecento in Europa e negli Stati Uniti, come la Britain’s Eugenics Society e l’American Eugenics Society, aderirono tutte al paradigma ereditarista, rafforzato dal diffondersi del mendelismo. Promossero l’istituzionalizzazione dell’eugenica come nuova teoria sociale, il cui scopo era la salvaguardia e il miglioramento del patrimonio biologico della specie umana. Tra i primi paesi ad applicare la sterilizzazione forzata c’è gli Stati Uniti dove nel 1898 lo Stato del Michigan esaminò la proposta di legge per la castrazione di malati mentali, epilettici e criminali recidivi. W. Duncan McKim, nel suo libro Heredity and Human Progress del 1899, propone di sopprimere quanti non erano degni di procreare impiegando il gas dell’acido carbonico. Molti genetisti rinomati sostenevano l’eugenetica negli USA. Intorno al 1906 e 1915, la maggior parte dei genetisti erano attivi nella divulgazione come, per esempio, tutti i membri del primo comitato editoriale della principale rivista scientifica “Genetics”. L’eugenetica divenne una disciplina scientifica a tutti gli effetti. Gli scienziati cominciarono a parlarne anche in riviste di larga diffusione come “Popular Science” che negli anni ’10 riportava molti di questi articoli; in una relazione sulle “psicopatologie degli ebrei”, il Dottor Wilson affermava che essi sono fra le razze più promiscue e predisposte alle psicopatologie e li poneva al secondo posto nella lista degli immigrati per “inferiorità mentale”. Nel 1910 Charles B. Davenport (tra i fondatori dell’ecologia) fondò il più importante centro americano per la ricerca e la diffusione della dottrina eugenetica, l’Eugenics Record Office che promosse la sterilizzazione dei “non idonei” alla riproduzione perché portatori di tare ereditarie. N el 1924, con il “Johnson Act” (Immigration Restriction Act) l’America, in armonia con i principi del movimento eugenetico americano, limitava i flussi d’immigrazione per difendere la propria purezza razziale dai popoli dell’area del Mediterraneo e dell’Europa dell’Est, per una presunta inferiorità biologica. Theodore Roosevelt, membro del del circolo di Osborn e cofondatore del Boone and Crockett Club (B&C; Club fondato dall’evoluzionista e convinto razzista Henry Fairfield Osborn, la prima associazione ambientalista degli Stati Uniti) , 26esimo Presidente degli USA disse:
In fondo Hitler ha applicato quanto gli americani avevano già da tempo teorizzato e fatto, in particolare si ispirò al libro dell’antropologo razzista Madison Grant The Passing of the Great Race (1916) che considerava la sua Bibbia. Approfondimento: Image archive on the american eugenies movement http://www.eugenicsarchive.org/eugenics/
Ernst Haeckel (1834-1919), discepolo tedesco di Charles Darwin si deve il neologismo “Oecologie” che dopo il Congresso internazionale di botanica del 1893 prese la dicitura di “ecologia”. Materialista, negatore dell’anima e di Dio, anticlericale, libertario, convinto che il pensiero non fosse altro che un semplice prodotto dell’attività chimica del cervello, suscitò entusiasmo nella sinistra socialista e nel movimento operaio tedesco. Il padre dell’ecologismo nel libro L’enigma della vita (1904), dichiarò la necessità della selezione artificiale, proponendo la soppressione di malati e invalidi, dei sordi, dai muti, degli idioti e dagli affetti da malattie ereditarie incurabili. Le sue teorie esercitarono un profondo influsso su una corrente del mondo socialista convinta della necessità delle politiche eugenetiche che più avanti saranno attuate dal regime nazista. Le sue teorie sulle similitudini tra uomo e animali anticipano le posizioni dell’odierno “animalismo”, di tradizione democratico-socialista. Il filosofo australiano Peter Singer, Docente di Bioetica all’Università di Princeton, è l’autore del celebre Liberazione animale ( Mondadori, 1991) , considerato il manifesto dell’animalismo contemporaneo. Nei suoi libri Etica pratica (Edizioni Liguori, Napoli, 1989) e Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (Oxford University Press, Oxford, New York, Melbourne 1985) , afferma che “la vita degli adulti infermi non ha un valore intrinseco” e propone l’utilizzo di embrioni umani e di individui adulti comatosi come cavie al posto degli animali, per verificare la tossicità dei farmaci. Come i predecessori eco-darwiniani, ritiene che la vita di neonati con malformazioni particolarmente gravi sia priva di valore, e che questo ne giustifichi la soppressione: “Uccidere un neonato con malformazioni – ha scritto in Etica pratica – non è equivalente ad uccidere una persona. E molto spesso non è per niente sbagliato”, dal momento che bambini handicappati e down “richiedono più attenzioni dei bambini normali”. Allo stesso modo giustifica la soppressione di adulti in stato di coma o in condizione vegetativa permanente. Sir Julian Sorren Huxley è stato presidente della Società Eugenetica Britannica (associazione dichiaratamente razzista ) , membro dirigente delle società per la liberalizzazione dell’aborto e dell’eutanasia e poi fondatore dell’Unesco e del WWF. Il presidente onorario del WWF principe Filippo d’Inghilterra, alcuni anni fa ha dichiarato:
In Gran Bretagna le teorie eugenetiche trovarono ampio consenso negli ambienti di sinistra, in particolare della Società Fabiana, fondata da Sydney e Beatrice Webb, e in George Bernard Shaw che plaudì all’opera di Lenin che fu il primo a servirsi del sistema dei campi di concentramento come mezzo per lo sterminio degli avversari politici, perché secondo Shaw, era “assurdo per ogni socialista serio” il rispetto per la vita umana, mentre del tutto necessario alla causa socialista era “uno sterminio fondato su basi scientifiche”, essendo l’eliminazione delle classi possidenti un atto “del tutto ragionevole e assolutamente necessario”, dal momento che nessun’altra punizione avrebbe potuto “guarirli dai loro istinti capitalisti” (Cfr. G. WATSON, La littérature oubliée du socialisme, cit. p. 178.)”. Lysenko Trofim Denisovich, 1898-1976, era un agronomo russo che divenne presidente dell’Accademia delle Scienze Agricole e leader dell’agricoltura sovietica, fu membro del Soviet Supremo e direttore dell’Istituto di Genetica dell’Accademia Sovietica delle Scienze. Era un sostenitore della teoria Lamarckiana dell’ereditarietà che applicò con disastrosi risultati all’agricoltura. Le sue tesi genetiche furono approvate dal Comitato Centrale Sovietico nel 1948 quale dottrina genetica marxista. Convinto che i caratteri acquisiti in vita fossero ereditari formulò la tesi che si poteva costruire un nuovo uomo socialista con l’educazione guidata dal partito e la manipolazione ambientale. Solo il fallimento dei suoi piani agricoli e la morte di Stalin nel 1953 impedirono che il suo progetto eugenetico fosse portato alle estreme conseguenze. Progressivamente perse tutte le sue cariche e la credibilità scientifica entro il 1965. Konrad Lorenz sosteneva che tutto è ereditario, incluso i valori morali, il senso della giustizia e il gusto estetico. Affermava che ladri, assassini e antisociali si nasce e che nulla può fare la società per recuperare queste persone. Ai sociologi che cercavano di spiegare questi fenomeni nell’ottica dell’emarginazione sociale, culturale e economica, così come le contestazioni nelle università, Lorenz rispondeva invitandoli a leggere quanto da lui scritto sull’addomesticamento della specie. La mancanza di selezione naturale nella società moderna aveva permesso la sopravvivenza di persone tarate, dannose per la specie umana. Sosteneva che per la salvaguardia della purezza della specie qualsiasi soluzione era legittima. Cose di questo tenore egli scrisse sulla stampa di regime negli anni che precedettero l’apertura dei campi di concentramento e l’utilizzo delle camere a gas e dei forni crematori da parte dei nazisti. Nel 1940, scrive sul “Zeitscrift f ür angewandte Psychologie und Charakterkunde” un articolo intitolato “Disturbi del comportamento provocati dall’addomensticamento”, in cui afferma:
Cesare Lombroso, 1835-1909, Medico e psichiatra, fondò l’antropologia criminale. Incaricato di clinica psichiatrica e di antropologia a Pavia, fece ricerche sul cretinismo e sulla pellagra. Fu poi direttore del manicomio di Pesaro e professore ordinario di igiene pubblica e medicina legale a Torino. Dal 1876 divulgò la propria teoria antropologica della delinquenza nelle cinque successive edizioni dell’Uomo delinquente e nell’ “Archivio di psichiatria”, da lui fondato. Riallacciandosi alla dottrina di Galton, della criminalità innata e biologicamente condizionata, sostenne che le condotte del delinquente o del genio dipendono, oltre che da componenti ambientali, dall’ereditarietà e dalle malattie nervose, che diminuiscono la responsabilità del criminale in quanto malato. La caratteristica anatomica del cranio oggi chiamata fossetta di Lombroso, egli riteneva fosse un carattere degenerativo più frequente negli alienati e nei delinquenti, che classificava in quattro categorie: i criminali nati (caratterizzati da peculiarità anatomiche, fisiologiche e psicologiche), i criminali alienati, i criminali occasionali e quelli professionali. Heinrich Wilhelm Kranz (1897-1945) direttore dell’Istituto di Eugenetica dell’Università di Giessen e sostenitore dell’eugenetica nazista scisse:
Hebrew Medical Association (HMA)
La Famiglia Reale Inglese
Riportiamo alcuni dati recenti per non dimenticare e sottovalutare il problema.
La sterilizzazione.
I dati che abbiamo riportato non sono esaustivi e ci scusiamo se abbiamo tralasciato di menzionare eventi importanti. Non abbiamo inteso fare una trattazione sistematica ma esemplificativa del problema.
Il futuro Il determinismo genetico che ispira la genetica di oggi è il volto moderno dell’eugenetica, ci ammalia con le sue promesse di buona salute, lunga vita e felicità. Sono promesse da marinaio, i veri beneficiari saranno coloro che, oggi come ieri, credono nella superiorità razziale, di classe o di appartenenza e detengono il potere. Dichiarare che una persona ha una malattia mentale significa di fatto dichiarala inguaribile. Ben poco può fare la psicoterapia sulle cause genetiche e non sono cure quelle attuate dalla psichiatria medica. Il concetto di malattia mentale con causazione genetica sta rendendo obsoleta la tesi dell’utilità della prevenzione e dell’intervento sociale o ambientale come soluzione ai disordini mentali. La biopsichiatria sostiene da tempo l’inevitabilità della prevenzione genetica quale unica possibile strada da percorrere. Essa progetta di evitare che nascano persone con problemi mentali attraverso la manipolazione genetica dei nascituri. Di questa prospettiva ne parlano con entusiasmo due psichiatri italiani: La nuova tendenza di costruire i futuri bambini sulla base di standard, conferma la volontà di voler costituire una civiltà eugenico-commerciale fondata sul figlio perfetto. È un progetto che ha deboli basi scientifiche e molte probabilità di trasformasi in un disegno politico di controllo sociale preventivo. La realizzazione di questo progetto avrebbe gravissime conseguenze per l’umanità, un razzismo genetico è molto più grave e incontrollabile di quello razziale come oggi lo conosciamo. Eugenetica e controllo sociale Purtroppo il futuro non è solo eugenetica, ma anche controllo sociale capillare e invasivo sulle persone; eugenetica e controllo sociale/mentale confluiscono in un unico progetto. Da decenni si sta sperimentando l’inserimento nel corpo umano di microchip. Questi microchip dalla dimensione di 5 micromillimetri (un capello è 50 micromillimetri) possono essere posizionati in qualunque parte del corpo, è difficile scoprirli e toglierli. Le persone possono essere monitorate via satellite 24 ore su 24 per tutta la vita, ovunque si trovino, influenzando le loro emozioni, pensieri e comportamenti. I disordini mentali non sradicati con la prevenzione genetica (cosa altamente probabile) saranno controllati tramite i microchip inseriti nelle persone; si possono inviare ad esse i tracciati precedentemente regiatrate dei loro stai psicofisiologici «normali.» Fin qui non ci sarebbe niente di male se questa tecnologia non si prestasse ad utilizzi perversi. Una persona scomoda può essere indotta a diventare psicotica, essere punita con angosce e dolori corporali, resa malata danneggiando i suoi organi, uccisa. Teoricamente l’interà umanità può essere soppressa schiacciando un bottone. Questo è molto più pericoloso della bomba atomica! Chi controllerà tutto questo? È un rischio che possiamo permetterci di correre? Rauni Leena Kilde, MD Former Chief Medical Officer della Finlandia, nel 1999 pubblica un articolo sul giornale SPEKULA della Oulu University OLK, poi inviato nel 2000 via email a 6.500 tra studenti in medicina e medici del nord fillandia, in cui segnala il pericolo dell’uso dei microchip (http://www.whale.to/b/kilde.html). Egli afferma che nel 1946 furono impiantati elettrodi nel cranio di neonati all’insaputa dei genitori, che negli anni ’50 e ’60 furono impiantati nel cervello degli esseri umani specialmente in America per sperimentare le possibilità del controllo mentale. Sarebbero stati iniettati microchip nei prigioniere delle carceri dello Stato dell’ Utah, ai soldati andati a combattere nel Vietnam, in Iraq, negli astronauti. Questa tecnologia è stata usata dai militari in alcuni paese della NATO dal 1980 all’insaputa della popolazione e del mondo accademico. Riferisce che in Svezia, il primo ministro Olof Palme, nel 1973, autorizzò questi impianti nei prigionieri, che Jan Freese ha riscontrato questa pratica nei pazienti delle case di cura nella metà degli anni ’80, che The Washington Post del maggio 1995 riporta che al principe William della Gran Bretagna ne fu impiantato uno all’età di 12 anni.
Il Dr. Ross Adey ha scoperto che usando microonde di 0.75 milliwats per centimetro quadrato di intensità alla frequenza di 450 MHz è possibile controllare ogni aspetto del comportamento umano. Una dele ragioni per cui questi studi sono rimasti un segreto di Stato è l’uso universale del manuale diagnostico DSM IV dell’Associazione Americana degli Psichiatri (tradotto in 18 lingue) i cui psichiatri che lavorano per i servizi segreti hanno certo contribuito alla sua stesura. Gli effetti deleteri di queste tecnologia sulle menti delle persone sono così giustificati e coperti da diagnosi di schizofrenia paranoie. “Malattia mentale”, sono solo due parole ma sono gravide di pericoli, dovete riflettere molto seriamente prima di usarle. Ogni volta che le pronunciate vi rendete complici di un progetto che cambierà la società in modo radicale, tornare indietro sarà molto difficile. Glossario eugenetica= da EU “buono” e da GENOS “razza, specie”, l’eugenetica è una branca della medicina che, fondandosi sulle leggi della genetica, ha come obbiettivo il miglioramento della specie umana, in tutti i suoi aspetti, impedendo il diffondersi dei caratteri ereditari indesiderati. Il termine “eugenetica” fu utilizzato per la prima volta nel 1883 da Francis Galton, psicologo inglese sostenitore delle teorie evoluzioniste del cugino Darwin. Fu uno dei sostenitori della regolamentazione di matrimoni e nascite in base alle caratteristiche ereditabili dai genitori. Principi eugenici erano già praticati presso alcuni popoli antichi. eugenetica negativa= tutela del patrimoni genetico ritenuto buono utilizzando la sterilizzazione o l’eliminazione fisica delle persone. fenotipo= complesso dei caratteri visibili di un individuo e che sono il risultato dell’interazione tra il patrimonio genetico (genotipo) e le condizioni ambientali. Genotipi uguali possono, se sottoposti all’azione di ambienti differenti, produrre diversi fenotipi come può anche verificarsi il caso opposto per cui due fenotipi identici sono dovuti a genotipi differenti (fenocopia). gene= unità biologica semplice depositaria di un carattere ereditario e della sua trasmissione genètica= scienza che studia la natura e le proprietà dei meccanismi di trasmissione dei caratteri ereditari, di generazione in generazione. genoma= l’intero patrimonio ereditario contenuto in una cellula sotto forma di DNA; le cellule somatiche lo possiedono in coppie di cromosomi omologhi (forma diploide) mentre quelle germinali, o gameti, ne hanno un’unica copia (forma aploide). genotipo= complesso dei caratteri ereditari di un individuo che gli sono stati trasmessi geneticamente dai genitori. Rappresenta la potenzialità ereditaria delle caratteristiche di un organismo. Dall’interazione fra tale potenzialità ereditaria e l’ambiente scaturisce il fenotipo. Vedi anche alla voce “ereditarietà e corredo genetico ”. mente = l’insieme delle facoltà intellettive che permettono all’uomo di conoscere la realtà, di pensare e di giudicare (spesso in contrapposizione a corpo). neurotrasmettitore = sostanza fisiologica che rende possibile la trasmissione degli impulsi nervosi tra due strutture nervose anatomicamente separate e poste in collegamento da sinapsi, oppure tra la fibra nervosa terminale e l’organo effettore. ![]()
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